Schiscetta a scuola?

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Impazza il dibattito tra i Sì e i No. Ecco due mamme a confronto, su educazione, qualità, libertà di scelta

Schiscetta a scuola per il pranzo dei bambini. Da Torino a Milano, e specialmente sui social network, la questione se sia giusto, e possibile, consumare un pasto portato da casa nei locali adibiti alla refezione delle scuole pubbliche infiamma gli animi. Al punto che l’Assessore all’Educazione e Vicesindaco della nostra città, Anna Scavuzzo, il 20 settembre è intervenuta per chiarire: “Nessuno a Milano può pretendere di farlo”. Il dibattito però continua.

Per capirci di più, abbiamo chiesto a due mamme, una contraria e l’altra favorevole, di spiegarci le loro ragioni.

Il NO di Michela Cella, mamma di Tommaso e Beatrice (1 media e 4 elementare):

Perché sei contraria al portare la schiscetta a scuola?
Mangiare tutti insieme la stessa cosa crea innanzitutto comunità, il rito della condivisione del pasto nella nostra cultura favorisce la creazione di rapporti umani meno superficiali. Quando invitiamo a cena gli amici mangiamo o no tutti la stessa cosa? Ha poi una funzione di educazione alimentare perché i menù di Milano Ristorazione sono vari e bilanciati, so per certo che i miei figli "assaggiano" una maggiore varietà di cibi a scuola che a casa. Non dimentico neppure il beneficio che un bambino trae dal dover imparare ad adattarsi, quando troppo spesso a casa per amore o per forza è un po' principino. Inoltre le due ore di mensa/intervallo sono effettivamente tempo scuola (i bambini stanno con maestre non con guardiani presi a caso) e se si è chiesto il tempo pieno si prende tutto il pacchetto, la scuola à la carte non è prevista. Per quello c'è l’home schooling, o forse qualche privata. Aggiungo anche che è risaputo che è in queste ore fuori dall'aula che i bambini imparano le soft skills che tanto servono nel mondo moderno.

Portare il pranzo da casa potrebbe mettere in difficoltà chi non lo fa?
Sicuramente permettere la differenziazione crea squilibri e difficoltà. Anche i bambini, che prendono la mensa scolastica come un dato di fatto tra gioie e dolori, vedendo compagni con la schiscetta inizierebbero a chiedere di portare anche loro il pranzo da casa e non tutti i genitori sono in grado di fornirlo. Chi per tempo mancante, chi per incapacità a cucinare, chi per mancanza di mezzi materiali. Ricordiamoci anche che il pranzo a scuola è per molti bimbi l'unico pranzo caldo ed bilanciato che fanno in una giornata, trovo che la mensa con rette che variano con ISEE sia una componente essenziale della scuola pubblica. Ma soprattutto, siamo così presuntuosi da immaginare che in una schiscetta preparata alle 7:30 del mattino riusciremmo a mettere sempre (5 giorni su 5) un pasto migliore del primo/secondo/contorno/frutta della mensa? io so per certo che non ci riuscirei

Il SI’ di Susi Sergi, mamma di Sofia e Diego (5 e 3 elementare)

Perché sei favorevole a portare la schiscetta a scuola?
Per poter scegliere liberamente cosa dare da mangiare ai miei figli. Questo dibattito, e credo il gesto della mamma milanese che per prima ha dato a sua figlia il pasto preparato a casa, nasce dalle tante battaglie, spesso inascoltate, portate avanti dai genitori e dalle reti delle Commissioni mensa sulla qualità e la sicurezza del cibo oggi proposto ai bambini. Più che una possibile vittoria, vedo la possibilità di portare la schiscetta come un’ultima spiaggia. Sono assolutamente d'accordo sul valore educativo e sull'importanza del momento sociale della mensa. Non credo che i favorevoli al pasto da casa siano privi di valori, di civiltà, di senso di democrazia, di educazione. Nessuno di noi vuole dare il salmone ai figli perché “fa figo”. Semplicemente, chiediamo di ragionare su come migliorare il servizio nel rispetto di tutti. Siamo sicuri che Milano Ristorazione sia l’unico fornitore possibile? Dare spazio ad altre realtà potrebbe essere un modo di migliorare il servizio, come pure il ragionare se avere una cucina unica o più cucine, per altro spesso attive e inutilizzate nelle scuole, che servano gli istituti delle varie zone. Sono favorevole alla qualità, al poter scegliere fornitori diversi. La scelta non è forse uno dei valori che insegniamo ai nostri figli?

Portare il pranzo da casa potrebbe mettere in difficoltà chi non lo fa?
Se accadesse mi spiacerebbe molto. Ripeto: chi come me chiede di poter portare il pranzo da casa non lo fa per essere diverso o per mettersi in competizione. Nessuno di noi ha tempo che avanza, lo facciamo perché al momento non vediamo altre soluzioni. Il rischio di far sentire diversi c’è anche oggi, con la merenda di metà mattina che ogni famiglia prepara come vuole. Eppure spesso accade il contrario: che diventi un’occasione di scambio, di assaggi, di conoscenza. Mi sento di ringraziare i genitori che hanno intrapreso questa strada, perché sono gli sfortunati paladini di una battaglia in nome di tutti, per spingere e sollecitare a ripensare un altro scenario, che rispetti le diversità, rispetti gli insegnanti, rispetti le conquiste, rispetti l'individuo. Perché poi, dovessimo mai arrivare ad una soluzione migliore per tutti, sarà stato grazie a loro.


Panino da casa, cambiamo

Panino da casa, cambiamo punto di vista.

Diciamocelo sinceramente, quella della protesta dei genitori contro la qualità delle mense scolastiche, Milano in primis, è sempre stata una bella commedia che vedeva, da un lato, genitori (volontari) impegnarsi su temi quali la qualità delle materie prime, il livello del servizio e altre “banalità” del genere, mentre dall'altro i funzionari del comune e della partecipata (stipendiati e sempre gli stessi, indipendentemente dai colori delle giunte) insabbiare, bloccare, ignorare, sviare, ogni tentativo di miglioramento del servizio che non fosse organico a logiche che tutt'ora mi sfuggono. Un teatrino annuale che si concludeva, generalmente, con un articolo sul Corriere della Sera e uno su Repubblica (cronaca locale) sul conflitto tra le due parti.

Improvvisamente, come un uragano su un ridente orticello personale, è arrivata la sentenza di Torino: prima sottovalutata, poi derisa, infine combattuta con ogni arma possibile “non bisogna strumentalizzare i bambini, non metteteli di mezzo!” come se non fossero loro che, ogni giorno, si devono sorbire la sbobba dell'amministrazione di turno.

Ora mi chiedo:il panino da casa è ingiusto? Dipende dai punti di vista. Come arma atta a scardinare connivenze, inciuci e malaffare, 13 anni di mancato ascolto (Milano), maneggi in ogni passaggio alimentare e di fornitura si, è legittimo, giusto, sacrosanto. E “mettere i bambini di mezzo” raccontando la favoletta che “é l'unico pasto caldo che mangiano in un giorno” è una forzatura grande come un dinosauro, perché se c'è una cosa che non manca, almeno a Milano, sono le mense per gli indigenti, i banchi alimentari e i pacchi di generi di prima necessità per le famiglie in difficoltà.

Però, parlando con molti insegnanti, colgo che il pasto da casa viene visto come un ulteriore fattore di divisione all'interno delle classi: rancio di pessima qualità vs panino al prosciutto, polpette (immangiabili) di merluzzo contro trancio di mozzarella campana e pomodorini pachino in insalata.
Però si potrebbe estendere il discorso a “maglioncino di Abercrombie” contro “straccetto del banco del mercato” e “zaino dell'ultimo supereroe vs cartella riciclata del fratello/sorella”, no? E' legittimo fare questa osservazione?

Curioso è che, in pochi giorni, i quotidiani di tutta Italia (e in particolare quelli milanesi) abbiano pubblicato più articoli sull'argomento che quelli usciti in 10 anni di disastri alimentari, segno che qualche interesse economico è stato toccato, e di brutto. Sono in gioco centinaia di milioni di euro, generalmente incassati dagli stessi fornitori e dalle stesse cooperative che forniscono personale ausiliario, un par de balle quindi l'appello“ non mettete i bambini di mezzo”, qui non ci sono di mezzo i bambini, ma un sacco di euro.

Allora una modesta proposta. Sancire il diritto (sacrosanto) di portare il pasto da casa significa rompere un monopolio e significa, di conseguenza, che altri attori, fornitori locali, ad esempio, potrebbero offrire un'alternativa alla partecipata o alla cooperativa di turno. Invece del pasto di mamma, porto a scuola il pasto di XXX, o magari, addirittura, me lo consegnano direttamente in refettorio. Significa quindi che, a parità di prezzo, si potrebbe arrivare ad avere qualità delle materie prime e cura nella preparazione, ce n'è abbastanza per far tremare i polsi ai nostri pasciuti amministratori.
Buon appetito.

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