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Perché non lavori?

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Indagine Isfol sull'inattività femminile

donna che stiraS'intitola «Perchè non lavori?» ed è un'indagine Isfol, l'Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Realizzata su un campione di 6000 donne tra i 25 e i 45 anni d'età, mostra che sono i carichi familiari (bambini e anziani), mancanza di servizi e orari di lavoro poco family friendly i fattori che caratterizzano l'inattività femminile in Italia. 

Perché le donne lasciano il lavoro
Le cause dell’inattività femminile ruotano principalmente attorno alla famiglia (divisione dei compiti tra i coniugi e carichi di lavoro legati alla cura dei figli e dei parenti non autosufficienti), al modello di welfare (carenza di servizi per l’infanzia, presenza di reti familiari e informali) e all’organizzazione del lavoro (bassi livelli di conciliazione tra lavoro e famiglia, rigidità degli orari di lavoro). “Le donne inattive si caratterizzano”, si legge nei commenti alla ricerca, “per la presenza di figli, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 0 e i 5 anni” a cui si aggiungono il grado e le modalità di divisione del lavoro di cura con il partner, l’assenza di un aiuto nella gestione della casa e il possesso di un basso titolo di studio”.

La ricerca infatti individua anche elementi di natura culturale tra le cause che favoriscono l’inattività femminile. Tendono a non lavorare donne che hanno avuto madri non lavoratrici. Lo studio conferma l’ipotesi che vede il riproporsi, in età adulta, di scelte simili a quelle compiute dalle donne presenti nelle famiglie d’origine. D’altro canto, aver frequentato durante l’infanzia donne che lavoravano è un fattore che incentiva positivamente l’occupazione femminile. 

Molte donne comunque iniziano a lavorare, ma smettono con la nascita dei figli (lo ha fatto il 36,1% delle intervistate). Questo è infatti uno dei motivi principali che le donne indicano nello spiegare il loro allontanamento dal mercato del lavoro, ma oltre a questo anche la perdita del lavoro a seguito di chiusura aziendale, licenziamento o scadenza di un contratto sono fattori che incidono.

Questo motivo di interruzione, così come le probabilità di licenziamento/chiusura aziendale, diminuisce all’aumentare di un titolo di studio. Diversamente accade se si analizza la scadenza di un contratto a termine o stagionale. In tal caso le donne con titoli medi indicano in misura maggiore questa ragione alla base della perdita del lavoro.
La scadenza di un contratto a termine o stagionale è motivo di interruzione di lavoro più per le donne giovani nella fascia 25-34, in misura minore per le donne 35-45enni. Il contrario avviene invece nel caso di licenziamento o chiusura aziendale: le donne più mature sono maggiormente penalizzate.

Il lavoro (im)possibile
Nonostante le difficoltà che devono affrontare tutti i giorni le donne sono disposte a lavorare, ma a quali condizioni? Secondo l’indagine, la risposta sta nella possibilità di scegliere un orario ridotto o flessibile con un salario che superi le spese per le attività di cura familiare affidate a terzi. Si tratta sostanzialmente di un part time fino a 25 ore settimanali con uno stipendio tra i 500 e i 1000 euro al mese. 
In particolare tale forma di lavoro è indicata nelle regioni del Nord (50,6%), ma le percentuali sono comunque rilevanti anche nelle altre aree geografiche. Al Sud è inoltre indicata la disponibilità di nidi e scuole materne pubbliche (19,9%) come altro fattore importante nella decisione di lavorare, mentre al Nord una quota consistente di donne ritiene che sarebbe uno stimolo anche il trovare un lavoro interessante.

Come tentare di ridurre il fenomeno dell’inattività femminile?
L'Isfol indica come fondamentale, in considerazione dei carichi di lavoro domestici e di cura che gravano sulle donne inattive, lo sviluppo di politiche in grado di ridurre tale peso fra cui la disponibilità di servizi pubblici per bambini ed anziani.
In secondo luogo risulta importante un adeguamento dei tempi lavorativi. Molte donne sarebbero disposte a lavorare con orari family friendly. La disponibilità di lavori con orario ridotto o flessibile dovrebbe comunque avere un carattere di reversibilità in modo che possa essere adattata al ciclo di vita familiare e ovviamente non deve risultare penalizzante rispetto alle prospettive di carriera.
Infine, come sottolineato, l’inattività femminile è maggiormente diffusa in aree dove bassi sono anche i tassi di occupazione femminile. In queste aree la probabilità di essere inattive aumenta anche in ragione di un “effetto scoraggiamento” che inibisce la ricerca di lavoro. In tal senso è quindi utile favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro per sbloccare il flusso dalle ricerca di un’occupazione all’inattività. 

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