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Milano vietata ai teenager

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L’allarme di Pepita onlus. “Così cresce il cyberbullismo, ripartiamo dalla prevenzione e dal lavoro in strada”.

“Sono rimasti pochissimi progetti di educazione di strada per i teenager in città. Era importante, era prevenzione su tutti, era fondamentale.” L’allarme arriva da Pepita onlus da anni al lavoro nei quartieri, negli oratori e nelle strade per affrontare con i ragazzi le tematiche del bullismo. E in questa situazione trova sempre più spazio l’abuso delle nuove tecnologie e il cyberbullismo.

Ecco i numeri di Pepita Il 95% dei ragazzi lombardi ha un profilo Facebook, l’85% ha mentito o mente circa la propria età su internet, il 98% possiede un cellulare che si collega a internet e di questi il 95% usa WhatsApp. Infine il 70% naviga senza controllo dei genitori, il 10% ha assistito a episodi di cyberbullismo o si è sentito un cyber bullo. “I dati sono dati vissuti, facendo laboratori attivi con oltre 2mila ragazzi, dalla prima media in su”, spiega Ivano Zoppi, presidente di Pepita.

E così nell’ambito del progetto #usalatesta con AC Milan è stato realizzato uno spot, che potete vedere cliccando qui (e presto a San Siro la domenica), che vede protagonisti Bryan Cristante e i ragazzi delle squadre giovanili del Milan. E’il frutto di una serie di laboratori interattivi che mirano alla prevenzione e alla responsabilizzazione attiva.

RM: E’ stata appena approvata la prima bozza del Codice di Autoregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Servirà? Cosa servirebbe a Milano?
ZOPPI: Un bel passo, ma manca parecchio in quella bozza. Dove è tutta l’attività educativa e di prevenzione nelle scuole, la formazione a genitori e educatori? A Milano, come nel resto del paese, manca il lavoro di strada. A Milano sono rimasti pochissimi progetti di educazione di strada per teenager. Era importante, era prevenzione su tutti, era fondamentale. E mancano spazi e attività per adolescenti e preadolescenti. Gli oratori per esempio fanno fatica a fare proposte di attività che attirino i ragazzi dalla seconda media in su. Servono attività per questa fascia di età, che vadano incontro ai loro gusti (quindi su uso della tecnologia) e servono spazi, per loro.

RM: Gli adolescenti e i preadolescenti, conoscono veramente gli strumenti che usano quotidianamente?
ZOPPI: Sono molto tecnologici, già dalla prima media. Hanno in mano strumenti potenti e li sanno usare più dei loro genitori e insegnanti, ma non sanno cosa può esserci dietro. La naturalezza con cui ti dicono di avere più di un profilo Facebook o di chattare con sconosciuti, dimostra ingenuità e non conoscenza del rischio. Ti arrivano a dire che quello che pubblicano “passa da cavi elettrici”, figurati se sanno che tutto quello che pubblichi su Facebook o WhatsApp resta di proprietà di Facebook o di WhatsApp e che resta online per sempre. Ma pubblicano, perché hanno il desiderio di farsi vedere. Dagli 11-12 anni esisti solo se hai pubblicato qualcosa su internet.

RM: Il cyberbullismo sta prendendo il posto del bullismo?
ZOPPI: È una forma di bullismo con due caratteristiche. Innanzitutto fa sentire il cyber bullo protetto, perché c’è l’anonimato dalla sua parte. E poi non finisce mai. Se il bullo ti ruba la merenda o ti picchia in cortile, la violenza (comunque sempre da denunciare) ha una fine quando entri nella tua cameretta. Ma se riprende con un telefono quella scena, l’atto di bullismo ti perseguita, ovunque e per sempre. Quel video rimane e continua a girare.

RM: E qui entrano in gioco i genitori, non possiamo intervenire?
ZOPPI: Spesso i genitori non vedono la pericolosità, perchè non sanno usarle le tecnologie. Nei nostri laboratori incontriamo molti papà e mamma che non sanno cosa è Facebook, WhatsApp o Ask. E il problema è che spesso quelli invece più competenti, sono anche quelli che mettono la foto del figlio in costume sul proprio profilo Facebook e che hanno amici dei figli tra i loro amici sui social.

RM: Mamma e papà cosa dovrebbero fare nel concreto?
ZOPPI: Capire e conoscere la vita digitale dei loro figli. Non vuol dire fare gli avvoltoi, né requisire computer e telefoni. Ma ripristinare il rapporto educativo anche in questo campo. Quindi voler vedere, ogni tanto, chi sono gli amici del figlio su Facebook, cosa pubblicano. Spiegare agli adolescenti che la reputazione online viene controllata anche quando da grandi si cercherà un lavoro. E prestare molta attenzione ai segnali evidenti che qualcosa non va: modifiche nel rendimento scolastico, poca voglia di uscire, nervosismo, inappetenza. Ci vuole un tornare a essere genitore

RM: E la scuola, gli insegnanti?
ZOPPI: Gli insegnanti possono contribuire, come i genitori, a capire che vita digitale hanno i ragazzi. E soprattutto dovrebbero parlarne. Ci sono video, film, vari strumenti e esperti, che possono andare a fare laboratori e attività con ragazzi in aula. Noi partiamo dalla prima media, ma ci iniziano a chiamare anche per le quinte elementari.

Di Cristina Colli

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