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Madri lavoratrici: più consapevoli, più autorevoli

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Il punto di vista di una psicologa del lavoro


Alessia Mistretta CesimEmotive, a volte persino autodistruttive. Bloccate dalle loro stesse paure. Ingabbiate dentro stereotipi. Sono le donne lavoratrici che Alessia Mistretta (nella foto), psicologa del lavoro e consulente di Cesim Italia, società multinazionale specializzata nella formazione e nello sviluppo manageriale, incontra all’interno delle imprese italiane.

In tempi in cui parlare di conciliazione va sempre più di moda, la realtà di (molti) luoghi di lavoro italiani è decisamente diversa. E’ per questo, per sviluppare un “empowerment” del personale femminile, che Cesim sta proponendo a molti dei suoi clienti un percorso di “Leadership al femminile”. Un tema che riguarda da vicino le madri lavoratrici.

Cosa significa parlare di leadership al femminile?
Il percorso si propone di aiutare le donne a diventare più consapevoli degli strumenti manageriali, utili a governare le dinamiche aziendali, valorizzando così il proprio potenziale. Non si tratta di trasformarle in suffragette che rivendicano a vuoto i loro diritti, ma di renderle capaci di far fronte a situazioni, piccole o grandi, di difficoltà, attraverso un dialogo costruttivo e paritario con il management o cercando sponsor all’interno dell’azienda stessa.

Come si sviluppa, nel concreto?
Creiamo un pretesto di apprendimento in cui le dipendenti sperimentano situazioni analogiche rispetto alle loro sfide lavorative reali. Nella pratica, si tratta di simulazioni di dialoghi: in questo modo le aiutiamo a mappare le proprie competenze e ad acquisire una lettura più lucida e strategica dei comportamenti che servono a governare il lavoro, piuttosto che farsene governare. Il percorso si conclude con  un talk show con i dirigenti, in cui, attraverso la nostra mediazione, le dipendenti si confrontano su una serie di domande per ottenerne delle risposte. Dopo alcuni mesi ci ritroviamo per un colloquio one-to-one, in cui valutiamo insieme se e in che modo sono stati raggiunti i risultati del piano di sviluppo personale, compilato a fine percorso, in cui le partecipanti si impegnano a lavorare su alcune competenze poco efficaci.

Quali sono i cliché più tipici di cui sono vittime le donne in azienda?
Alcune discriminazioni sono ancora evidenti, quasi stereotipate. C’è il presidente che saluta i dipendenti nei corridoi usando il titolo “dottore” per gli uomini e “signora” per le donne. C’è la collega costretta a ordinare ogni giorno le pizze per tutti. Quella che deve scrivere il report della riunione settimanale mentre gli altri se ne vanno a casa. In genere, le donne si accollano tutto quello che i colleghi non vogliono fare. Poi se ne pentono e vorrebbero uscire da una “prassi” che loro stesse hanno contribuito a creare. E poi, più di tutto, la donna ha una percezione emotiva del proprio posto di lavoro.

In che senso?
Desiderano essere brave e gentili a tutti i costi. Ma all’azienda non interessa. Il posto di lavoro è un business, con il pianto non risolvi niente. Il crollo fisico non interessa a nessuno. Ci sono poi delle paure tipiche, nelle donne, che fanno molto comodo all’azienda: “Se oso chiedere questa cosa mi cacciano!”. Non è necessariamente vero.

E’ il caso delle madri che, a cominciare dall’annuncio della maternità, hanno il timore di essere messe da parte.
Certo, c’è molta paura a comunicare che sei incinta. Ma andare al colloquio con le orecchie basse e la coda tra le gambe è una sconfitta in partenza. In questo senso, le donne devono sviluppare più pensiero strategico, altrimenti rischiano di mostrarsi come dilettanti allo sbaraglio. Non si può dire: “Tranquilli, non cambierà niente!”. L’azienda sa che la tua vita sarà diversa e ha bisogno di negoziare e pianificare le attività con una dipendente che ha le idee chiare su come monitorare il cambiamento.

E’ sufficiente avere questo atteggiamento?
No, ovviamente si dovrebbe sviluppare in tandem con un cambiamento nella cultura d’impresa. Siamo ben consapevoli che in molte realtà aziendali il percorso per le madri, anche le professioniste più agguerrite, è davvero in salita. Durante il percorso in aula, invitiamo la ex-dirigente mamma, licenziata dalla Red Bull al rientro dalla maternità. La sua è la testimonianza di una donna di valore vittima di politiche ancora vecchie, situazione estremamente diffusa in tantissime aziende che operano in mercati diversi, come confermano le statistiche fatte su scala internazionale. Le realtà illuminate sono perle rare, in cui si respira un’atmosfera molto diversa.

E’ possibile avere più di un figlio e conservare il proprio posto di lavoro?
Direi che esiste ancora oggi un abisso tra dirigenti e impiegate. Chi sceglie di avere due o tre figli e continuare a lavorare paga ancora oggi un prezzo molto alto. In un’azienda in cui abbiamo fatto consulenza, una dipendente ha spiegato al suo dirigente per quale motivo aveva chiesto e ottenuto il part time, pur avendo due bambini già grandicelli, di 7 e 9 anni. “L’ho fatto perché”, ha detto, “Una sera mio marito ed io li abbiamo guardati e ci siamo detti: “A chi assomigliano questi bambini?”.

 

 

 

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