Il problem solving si impara con l’arte

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Parola di Adriana Summa, di Ad Artem, che ci spiega perché e cosa manca ai musei per aprirsi alle famiglie

Qual è la materia che insegna davvero ai bambini il problem solving, tanto richiesto nel mondo adulto? “E’ l’arte”. Non ha dubbi Adriana Summa, che con Elena Rossi, usa l’arte come strumento educativo con bimbi, ragazzi e adulti. Storica dell’arte, è l’amministratrice unica di Ad Artem che cura la didattica al Castello Sforzesco, al Museo del Novecento, alla Triennale, al Museo Diocesano, alle mostre di Palazzo Reale e alla Fondazione Stelline. Tra “le mani di Ad Artem”, attiva dal 19993, nel 2014 sono passati oltre 8000 gruppi (classi comprese) e 14500 persone (il 60% formato da famiglie)

RADIOMAMMA: Perché l’arte insegna il problem solving agli adulti di domani?
ADRIANA SUMMA-AD ARTEM: Saper guardare un’opera d’arte significa saper cogliere qualcosa che non sempre è evidente e sviluppare una comprensione più profonda di quello che si vede al primo colpo. Un bambino che impara a farlo con un quadro, può usare questa competenza anche per decodificare il mondo. Se a questo unisci l’aspetto della creatività (sempre artistica), ecco che davanti a ogni cosa (che sia un’opera o che sia una situazione) sarai allenato a cercare di fare stare insieme più aspetti, e quindi sarai più reattivo nella vita. Per i bambini darsi all’arte e alla creatività significa esercitare una parte del cervello, che altrimenti resta lì, ferma…

RADIOMAMMA: E come si insegna arte ai bambini?
ADRIANA SUMMA-AD ARTEM: Mai banalizzare i contenuti, ma trovare modalità e parole giuste per insegnare gli stessi contenuti che usi per un pubblico adulto. No all’intrattenimento giocoso senza passare quello che la storia dell’arte può trasmettere per la crescita umana del bambino. Se spiego Giotto non racconto storielle e filastrocche, ma porto i bambini a vedere come rendeva concreto l’avvenimento sacro, faccio emergere la sua naturalezza e concretezza.

RADIOMAMMA: Mostre e musei restano un’attività per pochi spesso perché? E cosa si dovrebbe fare per portare più famiglie nei musei?
ADRIANA SUMMA-AD ARTEM: E’ il privato che ha la maggior funzione in questo campo, i finanziamenti pubblici sono pochi o nulli e quindi le attività sono sempre a pagamento. Se si vuole raggiungere una fetta più ampia di popolazione, il discorso economico conta e il finanziamento pubblico è essenziale. A questo va unita una comunicazione diversa. Se ci fossero più risorse per arte e musei nelle scuole, molti bambini che non vanno con i genitori nei musei avrebbero modo di conoscerli e di parlarne poi a casa. Da noi non c’è la propensione a “usare” i bambini come portatori. Questo è invece molto chiaro nella cultura anglo-americana, dove infatti c’è sempre uno sponsor per le attività didattiche dei musei e ci sono fior fiori di sezioni didattiche interne, perché hanno risorse per lavorare diversamente.

RADIOMAMMA: Cosa serve per attirare nei musei preadolescenti e adolescenti?
ADRIANA SUMMA-AD ARTEM: Il lavoro è da fare prima, non si può iniziare quando hanno quindici anni, perché li è troppo difficile parlarci. Noi siamo arrivati ai campus e alle visite-laboratorio per adolescenti perché i “nostri” bambini volevano continuare a colorare e dipingere, dopo averlo fatto da bambini. Con gli adolescenti devi lavorare sui contenuti. Punta su personaggi ribelli, ironia, coinvolgimento ma non diretto, valorizzazione di quello che sanno, collegamenti con quello che vivono

RADIOMAMMA: Digitalizzare la didattica è essenziale oggi?
ADRIANA SUMMA-AD ARTEM: I musei italiani non sono attrezzati per creare e usare il digitale come mezzo didattico. Siamo acerbi: le professionalità non sono pronte e la tecnologia va avanti veloci. Il digitale può essere uno strumento ma il punto nodale devono restare i contenuti e le persone. La tecnologia, anche la migliore e più evoluta (penso alle audioguide per bambini del Louvre per esempio) è declinata per la fruizione individuale. Invece per bambini e ragazzi lo scoprire in gruppo e la “persona “che guida nella visita sono ciò che conta. Danno un apporto superiore a quello di qualunque strumento digitale, che può essere un arricchimento, ma non deve essere l’unico.

di Cristina Colli

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