Gioco del rispetto

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Funziona se tu genitore ti metti in gioco per combattere la scuola e la società stereotipate. Ecco come…

“E’ faticoso educare al genere, certo lo stereotipo è più semplice per genitori e insegnanti, Ma serve un cambiamento culturale perché l’impatto sulla crescita dei nostri figli è fortissimo”.  E ci suggerisce come fare Annalisa Valsasina, psicoterapeuta che da anni lavora con le famiglie e nelle scuole sui temi della parità di genere.  Con altri professionisti che si occupano di queste tematiche sta nascendo Educare alle differenze, una rete di associazioni milanesi, che insieme creano progetti e percorsi nelle scuole.  “Educare al genere nelle classi non significa parlare di sesso e sessualità”, spiega commentando le polemiche scatenate da “Il gioco del rispetto”, il kit ludico-didattico, ideato in Friuli Venezia Giulia da una psicologa e una insegnante, contenente undici diversi giochi tra cui anche una fiaba illustrata e delle schede. Gioco che il Comune di Trieste intende portare in 45 scuole dell'infanzia e che sta incuriosendo diverse città d'Italia.

RADIOMAMMA: Perché è utile portare nelle scuole l’educazione di genere?
VALSASINA: Perché per andare a scardinare meccanismi che vanno dalla diversa partecipazione al mondo del lavoro di uomini e donne fino alla violenza di genere e all’omofobia bisogna andare alle origini, cioè a quando formiamo la nostra identità di genere. Lavorare su questi temi fin da piccoli significa consentire ai bimbi di formare la propria identità liberamente, e non in modo stereotipato. 

RADIOMAMMA: Educatori, maestri e professori sono preparati?
VALSASINA: La scuola in Italia è al punto zero, educatori, insegnati e professori non sono formati e per questo progetti come quello del Gioco del rispetto vanno visti come stimoli. Per far vedere ai bambini, fin da piccoli, che ci sono opportunità che nella realtà magari non sono evidenti, ma che ci sono. La donna che fa il pompiere e l’uomo che fa il ballerino, sono una possibile realtà. E questo la scuola può farlo vedere

RADIOMAMMA: Ma a che età iniziare a educare alla parità di genere?
A cinque anni gli stereotipi sono già presenti, quindi prima si inizia e meglio è. E prima di tutti sono da formare gli adulti, a casa e a scuola, perché sono loro che con l’esempio influenzano i bambini

RADIOMAMMA: In che modo?
I bimbi arrivano in una scuola già strutturata per stereotipi. Innanzitutto alla materna e alle elementari educatori e maestri maschi sono pochissimi, arrivano alle medie quando il contenuto prevale sulla cura. Poi c’è l’organizzazione delle classi. Molte educatrici di materna se hanno più femmine in classe riducono lo spazio del movimento a favore di quello della creatività e della lettura (e il contrario) e così già influenzi i bambini e non li fai scegliere. E i giochi vengono divisi, anche a casa, tra giochi da maschi e da femmine. Nella nostra società il bimbo che vuole una bambola è ancora un tabù e si tende a categorizzare con l’accetta: i maschi sono agitati, le femmine sono tranquille. I maschi hanno il grembiule corto, per muoversi, le femmine lungo, tanto non si muovono. E i bambini crescono con queste idee dentro.

RADIOMAMMA: Come dovrebbe essere affrontato questo tema a scuola?
Alla materna con un lavoro con le educatrici sui loro modelli e dando loro momenti di riflessioni e strumenti (giochi, libri). Alle elementari si può lavorare con i bambini in modo più diretto (con giochi teatrali per esempio) e iniziare a parlare di questi temi. Con le medie e i licei si può lavorare con i programmi didattici, quindi affrontando il tema nella musica, nell’arte, nella letteratura e facendo fare ai ragazzi delle attività pratiche perché parlino e arrivino a comprendere gli stereotipi che vivono.

RADIOMAMMA: Come posso io genitore fare educazione di genere?
Prima di tutto rifletti sulle diversità indotte dalla cultura e su come le vivi. Ti suona strano che un uomo faccia l’educatore di tuo figlio? Interrogati su casi molto concreti. Pensa ai comportamenti automatici che metti in atto: “non piangere come le femmine”, “picchiarsi è da maschi”. Immagina una bimba che picchia un bimbo. Cosa le dici? E nella situazione opposta cosa diresti?  Poi fornisci tanti modelli di uomini e donne che nella professione fanno cose diverse, non riproporre solo lavori stereotipati. Non negare le differenze di genere, ma dai spiegazioni a ogni domanda che ti arriva da tuo figlio/a.

RADIOMAMMA: Facciamo un esempio: Mio figlio/a arriva a casa e dice: “La maestra ha detto che le femmine sono più bave dei maschi a scuola”. Come rispondi?
Usa la realtà. Chiedigli se le femmine hanno voti più alti nella sua classe o se è una generalizzazione. Spiega che le bambine di solito sono più tranquille e quindi si tende a considerarle più brave per questo. Ma invitalo ad analizzare caso per caso e in modo concreto

RADIOMAMMA: E se ti accorgi che tuo figlio/a è già vittima di stereotipi?
Discutici. Non bisogna mai fare sentire “sbagliato” il bambino, ma far sorgere dubbi sì. Per essere educatori alla parità ci vuole energia e costanza.  E’ faticoso, lo stereotipo è facile, è definito e semplice. Ma solo i “sermoni” servono a poco. Quello che conta è l’esempio. Se si parla di parità di genere ma poi papà e mamma hanno divisione strettamente rigida dei ruoli, non funziona

RADIOMAMMA: Che impatto hanno questi stereotipi sui nostri figli?
Nelle femmine sulle scelte di studio (la maggioranza punta ad attività femminili: medicina, psicologia, insegnamento) e sulla concezione di se stesse da ragazze e da donne: difficoltà a negoziare, a chiedere per se stesse, a dipendere dalla famiglia d’origine e dal marito e da modelli di femminilità basati sull’estetica. Fino ad arrivare all’estrema passività di sopportare anche situazioni di violenza.  Nei maschi gli stereotipi influenzano le scelte di studio (se un bambino vuole fare il maestro incontra resistenze), i modelli di relazione (difficoltà di affettività, intimità, emozioni, tutta una sfera che fin da piccoli viene quasi vietata) e la conciliazione casa famiglia (si è spinti a pensare o fai il padre o ti dai alla professione).

di Cristina Colli


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