DSA: l’inglese si impara coi sensi

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Colori, movimento, regole esplicitate. OpenMinds sviluppa un metodo per insegnarlo ad alunni dislessici, e ai loro insegnanti. Così

Più lettere dell’alfabeto e più suoni che in italiano, parole che si scrivono in un modo e si pronunciano in un altro. Imparare l’inglese, per un bambino dislessico e disgrafico, è certamente più difficile che per gli altri. “Ma NON impossibile”, tuona Claudia Adami, fondatrice di Open Minds, che ad insegnare la lingua di Shakespeare ai ragazzini con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), sia a casa sia a scuola, ha iniziato nel 2008 su specifica richiesta di una mamma e che, da allora, si è specializzata al punto da creare un corso di formazione per docenti esperti nell’insegnamento dell’inglese ai DSA riconosciuto dal MIUR.

Qual è la cosa più importante da fare per aiutare un bimbo dislessico a imparare l’inglese?
Claudia Adamo: capire qual è il suo stile di apprendimento. E’ visivo perché tende a ricordare i fatti importanti attraverso i colori e le mappe mentali? E’ uditivo e possiamo usare il ritmo e la musica? E’ cinestetico, nel senso che ha bisogno di muoversi e ripete spontaneamente sequenze di parole con l’aiuto dei gesti? Insomma, bisogna avere innanzitutto un approccio multisensoriale e capire qual è il canale privilegiato da utilizzare. Lavorando con un alunno dislessico è molto importante creare un ambiente didattico rilassato nel quale il bambino non si senta giudicato, possa abbassare i suoi “filtri affettivi”, si senta apprezzato e possa, quindi, fare lo sforzo che l’insegnante chiede. Fondamentale è anche riflettere con l’alunno sulle modalità con cui effettivamente impara, cosa gli piace? cosa funziona?

L’insegnamento dell’inglese a un alunno con DSA deve essere diverso dai metodi tradizionali usati a scuola?
Claudia Adamo: oggi si tende a privilegiare un metodo induttivo, i bambini cioè imparano tramite la pratica guidata dall’insegnante senza un’esplicita declinazione delle regole fondamentali che vengono intuite e generalizzate dagli alunni stessi. Tutto ciò però non funziona con ragazzini dislessici che hanno bisogno di una didattica strutturata: i legami tra i concetti devono essere spiegati.

Può farci un esempio?
Claudia Adamo: gli insegnanti OpenMinds specializzati nell’insegnamento ai DSA esplicitano le regole di formazione delle frasi spiegando anche ciò che viene dato per scontato in quanto “intuitivo” e insegnano a riconoscere le parti del discorso in maniera visiva: a ogni elemento grammaticale assegnano un colore, in modo da facilitarne il riconoscimento. Quindi fanno esercitare i ragazzi con giochi di rinforzo.

Che tipo di giochi?
Claudia Adamo: per esempio i puzzle ad incastro: ogni tessera corrisponde a un elemento della frase, se non metti predicato, nome e aggettivo nella sequenza giusta, il puzzle non si forma. Oppure carte da gioco e libretti che riproducono le sigh words, le parole che ricorrono più frequentemente nell’inglese, sono strumenti che aiutano gli alunni dislessici a riconoscere e a memorizzare queste parole ma anche a capire la frase facilmente.

Fonetica sì o fonetica no?
Claudia Adamo: sì, e molta di più di quella che oggi si insegna nella scuola. Nella lingua inglese ci sono molte parole omofone che si pronunciano nella stesso modo ma sono scritte diversamente e significano cose distinte, per un dislessico possono creare ancora più confusione. Per questo la insegniamo utilizzando materiali ludici.

Per maggiori informazioni: 02 – 671658091 claudiaadamo@hotmail.com

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