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Dopo Nizza: le domande dei bambini

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Come gestire la paura e non trasmetterla ai nostri figli. I consigli del Centro pedagogico familiare Rossini-Urso

Nizza, Bagdad, Instambul. E prima Bruxelles, Parigi.. Decine e decine di vittime, negli ultimi attacchi anche molti bambini (80 in Iraq, almeno 10 a Nizza). E quando come giovedì scorso il terrorismo colpisce così vicino a "casa", i nostri figli ci vedono ancora più spaventati e chiedono di capire. Ma come fare a non farli crescere nella paura e a portarli in metropolitana ogni giorno? Ne abbiamo parlato con le nostre esperte family friendly Elisabetta Rossini e Elena Urso, del centro pedagogico Familiare Rossini Urso

La paura c’è: di prendere la metro, di volare, di fare una vacanza, di andare a un concerto affollato. Come gestirla con i bambini?
E’ fondamentale fare un grandissimo sforzo per non cambiare le proprie abitudini e programmi. Quando abbiamo dei bambini abbiamo la responsabilità di controllare e razionalizzare la nostra paura, per non trasmettere loro un’angoscia irrazionale e ingestibile. Farli vivere in angoscia, non li aiuta, non li prepara. Se non ce la sentiamo di fare il weekend a Londra pianificato da tempo d’accordo, ma dire che non andiamo perché abbiamo paura vuol dire solo rinunciare al nostro ruolo educativo, non aggiungiamo niente di utile per loro e anzi li lasciamo nell’angoscia. Se non ce la sentiamo di andare a Londra basta trovare una scusa o un “rimandiamo visto quello che è successo a Bruxelles”, come un rimandiamo perché c’è brutto tempo. Mai troppi dettagli. E rassicurali, tranquillizzarli, sempre dando loro la speranza del futuro: il dire andremo più avanti equivale a dire: la situazione tornerà più tranquilla.

Come possiamo non trasmettere la nostra paura ai bambini?
La loro paura diventa concreta nel momento in cui sentono noi parlare molto di quello, se ci sentono molto coinvolti e presi solo da questo. L’importante è trasmettere loro l’idea che il fatto è possibile, ma non che è probabile, altrimenti non vivono più. Evitiamo di indugiare su queste notizie in loro presenza, non guardiamo 10 tg se prima ne guardavamo solo uno, non parliamo solo di questo con il nostro compagno/a a tavola con i bambini. E quando se ne discute con i figli bastano poche parole, chiare e rassicuranti. Il messaggio deve essere: “Sono fatti tragici, siamo tristi, ma qui siamo al sicuro”.

Ma non spiegare non è un mentire?
No. Non deve essere più forte la volontà la di spiegare tutto con dovizia di dettagli ai bimbi. Dopo Parigi c’è stato un accanimento a indugiare sui particolari e sul dire “è giusto che i bambini sappiano”. Ma su altre questioni da adulti non lo facciamo. Su questo invece sì, spinti dalla nostra paura.

Come parlare con loro di queste cose allora?
Le spiegazioni vanno fatte con parole adatte all’età e devono essere brevi, senza troppi dettagli. Non iniziamo a parlare dell’Isis quando hanno 5 anni. Ai bimbi piccoli basta sentire che “i cattivi” hanno sparato. Man mano che crescono è fondamentale invece chiedere loro cosa sanno, perché è fondamentale sapere cosa è stato detto a scuola. E partire da lì per aggiungere informazioni, ma non troppe, fino a tutte le medie. Può essere d’aiuto prendere una cartina e far vedere dove sono successi gli attacchi. Così aiutiamo a collocare nello spazio gli avvenimenti e loro “vedono” che sono lontani (per la loro percezione) e questo li rassicura.

 

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