Bonus Babysitter: esclusi i papà e le "partite Iva"

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Intervista ad Anna Zavaritt, esperta di work-life balance

Anna ZavarittBastano 300 euro con cui pagare il nido o la babysitter, per 6 mesi, a scongiurare l’espulsione dal mondo del lavoro che oggi colpisce il 27% delle neomamme italiane, praticamente una su quattro?

No, e non solo perchè lo dice la matematica: nel nostro Paese l’anno scorso sono nati circa mezzo milione di bambini e con i 78 miloni di euro in tre anni stanziati dal governo per i “bonus babysitter” si aiuteranno poco più di 11mila mamme se tutte chiederanno il contributo massimo di 1800 euro in sei mesi. Le ragioni per cui i “bonus babysitter” proposti e finanziati dal ministero del Welfare a partire dal 2013 non incidono veramente sul problema dell’abbandono lavorativo delle mamme e su quello della difficile conciliazione lavoro-famiglia sono altre e più profonde. Ce le spiega Anna Zavaritt, 3 figli, già giornalista finanziaria e co-fondatrice di Moms@work, che oggi lavora come consulente e coach per le aziende sul tema del worklife balance.

 

Nel tuo blog La revolution en rose per il Sole24ore, hai definito i bonus babysitter “un’occasione mancata per innovare”. Perché?
Anna Zavaritt: chi ottiene il bonus deve rinunciare alla maternità facoltativa e, di conseguenza, dalla misura restano esclusi molti papà che, invece, potrebbero condividere con noi mamme parte del peso della conciliazione lavoro famiglia. Escluse sono, inoltre, tutte le mamme che lavorano come libere professioniste, le “partite Iva” e le “atipiche”. Poi c’è la questione dei sei mesi: quando sono finiti e non ho più diritto al contributo, che faccio? Siamo sicuri che il principale ostacolo al reinserimento lavorativo delle mamme sia il costo della cura del bambino? Questa misura ha il merito di condizionare i bonus all’iscrizione al nido e al rientro nel mondo del lavoro, ma poteva essere l’occasione per provare qualcosa di più innovativo.

 

Che tipo di interventi più innovativi?
AZ: Per esempio la defiscalizzazione dei contributi pagati durante il periodo di maternità. E poi incentivi alle aziende che introducono piani di welfare per i dipendenti, come quelli stanziati con l’ultimo bando della Regione Lombardia in materia di flessibilità e di conciliazione. Un gruppo di aziende del distretti hi-tech di Monza e Brianza, per esempio, li ha utilizzati per potenziare il sistema di trasporto pubblico consentendo ai dipendenti di compiere il tragitto casa ufficio anche in fasce orarie che prima non erano coperte facilitando la flessibilità del lavoro oltre che la logistica delle persone.

 

Si potrebbe osare di più anche con le misure destinate alle famiglie?
AZ: sì, per esempio aumentando la giornata, solo una, di maternità obbligatoria per i papà. E potenziando il supporto per le mamme che devono reinserirsi nel mondo del lavoro. Penso, per esempio, ai servizi di outplacement dedicati a chi deve ricollocarsi sul mercato: oggi ne hanno diritto i dipendenti delle aziende ma non i liberi professionisti.

In attesa di nuove misure e strumenti di conciliazione, cosa consigli alle mamme?
AZ: il consiglio più utile è di non tagliare i ponti con il mondo del lavoro quando si va in maternità o quando si è espulsi da questo mondo: muovetevi su Linkedin, rimanete in contatto con i colleghi, stabilite nuove reazioni e non perdete l’abitudine al lavoro impegnandovi anche pro bono nel campo del non profit. Importante è anche imparare a riconoscere le competenze che si acquisiscono durante la maternità, per esempio la gestione del tempo e l’organizzazione, e valorizzarle. 

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