La Milano delle donne per l'Expò

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Intervista a Gisella Bassanini, autrice di "Per amore della città"

Pensate a un grattacielo. Uno di quelli più alti, più belli, più arditi e più hi-tech di New York, Shanghai, Dubai o Tokyo. E poi abbassate lo sguardo. Zoomate giù, di 10, 20, 50, 100 e più metri, fino al marciapiede su cui è costruito. E poi su un corpo. «Incarnato», scandisce Gisella Bassanini, quasi a farti sentire il contrasto tra la carne, le ossa, la nazionalità, il colore della pelle, l’età e il sesso di quel corpo e l’astrattezza del grattacielo che lo sovrasta. «Il grattacielo, come tanti altri edifici e infrastrutture progettate oggi, è neutro». Il corpo, no. «Uomo o donna, abile o diversamente abile, è la prova del nove che misura, promuove o boccia, la città». Come si muove nella quotidianità? Che libertà, che accesso fisico e temporale ai servizi e che possibilità di conciliare vita e lavoro ha quel corpo? La città lo accoglie, lo ospita o lo rifiuta?

Ai grandi edifici, neutri e astratti, Gisella Bassanini preferisce le microarchitetture della vita quotidiana. Il corpo che ha scelto per scandagliarle fa bella mostra di sé su alcuni semafori di Rovereto. È un corpo, stilizzato, di donna, che si illumina di verde dando il via libera ai passanti.  Pensato dall’artista Anna Scalfi come installazione, è astato adottato da Bassanini come provocazione, come simbolo e come illustrazione del suo libro “Per amore della città” appena uscito per FrancoAngeli. Ma guai a bollare la copertina come femminista. «Il punto di partenza del mio lavoro non è lo svantaggio femminile quanto, piuttosto, l’approccio di genere come occasione per affinare uno sguardo sensibile alle differenze e alla verifica d’uso come momento indispensabile per valutare la qualità di un piano, di un progetto e, in ultima istanza, di una città».

Lei vive nella Milano che guarda all’Expo: promossa o bocciata con la prova del nove del “corpo” donna?

Stando ai dati del Comune, il 52% dei milanesi oggi sono donne. Donne che, fino a qualche anno fa, abbandonavano il lavoro al secondo figlio e che oggi, invece, si ritirano alla prima maternità. Donne che devono chiedere un permesso dal lavoro per portare i figli dal pediatra ma anche per fare un documento perché gli uffici pubblici chiudono nella pausa pranzo. Donne che hanno paura e che percepiscono Milano come insicura.  Questa loro quotidianità, i loro spostamenti attraverso la città e la loro difficoltà di gestire lavoro e famiglia, indicano che è necessaria una diversa organizzazione dei servizi e delle politiche temporali.  Il tempo che le donne esprimono è “kairos” piuttosto che “kronos”: un tempo adeguato a che il gesto si compia. È da questa esigenza, da questa verifica d’uso, che bisogna ripartire.

In che direzione?

L’approccio di genere serve per uscire da un modo di progettare, e di pianificare, astratto. Al di sopra del mondo. Serve a spendere meglio il denaro pubblico orientando il bilancio in base alle vere esigenze delle popolazione che si scoprono solo contando quante sono le donne,  quanti i bambini, quanti gli anziani e quanti gli immigrati. E poi chiedendosi: di cosa hanno bisogno? Oggi non è così. Basta pensare alla spesa pubblica per lo sport, quasi interamente concentrata sul calcio: e le ragazze? E i ragazzi che vogliono praticare altri sport? E gli immigrati: si può continuare a progettare senza tenere conto della loro verifica d’uso dello spazio pubblico? La mia risposta è no. Bisogna concentrarsi sulla qualità del processo produttivo oltre che del prodotto, tenendo insieme la dimensione dello spazio e del tempo e misurando l’impatto di un piano e di un progetto su quello che i cittadini fanno ogni giorno. Bisogna partire dal corpo e dalle sue ragioni.


In che modo questa nuovo approccio potrebbe incidere sul problema sicurezza?

Da due anni il mio corso al Politecnico verte sulla progettazione di spazi per i giovani. Giovani, uomini e donne, che mi confessano la loro paura di uscire. Ma quando chiedo loro il perché, quando provo a capire se ai ragazzi, o in un determinato spazio, è successo qualcosa, la risposta è no. Hanno una percezione della paura più pericolosa del pericolo che, nella maggior parte dei casi, non è confermata dai dati. E lo stesso vale per gli anziani che, impauriti dai media, si rifugiano in casa anche se nel loro quartiere non è mai accaduto niente. Vivono nei territori della paura, e il nostro compito è farli ragionare su questa paura: perché temi questo spazio? Come lo metti in sicurezza? Come riduci la percezione di insicurezza? I processi di convivenza vanno accompagnati con uno sguardo più complesso e più integrato sulla progettazione e l’utilizzo dello spazio pubblico.

Uno sguardo femminile?

Le donne chiedono e offrono una cultura progettuale e abitativa che ha origine dalla relazione e secondo codici relazionali che creano connessioni: tra casa e città, privato e pubblico, soggettivo e collettivo, sapere esperto e sapere comune, realtà e desiderio.

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