Figli adottivi crescono

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Un libro e un'esperienza collettiva al Ciai


Figli Adottivi Crescono - Franco AngeliL’adolescenza - e poi l’età adulta - sono punti di svolta per tutti. Per i figli adottivi e le loro famiglie, queste fasi sono un momento di bilancio forse più delicato, che richiama un’avventura comune di amore, ascolto e accoglienza.

Di questi temi parla un libro del Ciai, il più storico fra gli enti autorizzati italiani, che per primo, quarant’anni fa, si è avvicinato all’esperienza dell’adozione internazionale.

S’intitola “Figli adottivi crescono” ed è un testo che rappresenta un’avanguardia, almeno in Italia, nelle riflessioni sulla vita dei ragazzi adottivi. Edito da Franco Angeli, curato da Marco Chistolini e Marina Raymondi, rispettivamente responsabile scientifico e responsabile delle attività culturali del Ciai, il testo affronta in modo scientifico, ma assolutamente divulgativo, l’esperienza di tanti figli (e genitori) adottivi alle prese con il giro di boa dell’adolescenza e con le sfide dell’età adulta.

Un punto di vista tanto più qualificato se si pensa che, oltre ai preziosi apporti scientifici, il volume è arricchito dalle testimonianze del “gruppo adolescenti” e del “gruppo adulti” che periodicamente si ritrova presso la sede del Ciai di Milano, in via Bordighera, per condividere esperienze, paure, difficoltà, traguardi.

Radiomamma.it ne ha parlato con il dottor Marco Chistolini, che oltre a essere responsabile scientifico Ciai è anche psicologo e psicoterapeuta.

Da cosa prende le mosse il libro “Figli adottivi crescono”?

E’ un tema quasi fisiologico per il Ciai, che nel suo quarantennale guarda a bambini adottati che sono ormai diventati a loro volta padri e madri. E poi, attraversa una tematica su cui abbiamo lavorato a lungo e che è poco esplorata nella letteratura scientifica: quella dell’adolescenza e dell’età adulta. Ci siamo chiesti in che modo l’esperienza dell’adozione potesse incidere in queste fasi di “bilancio” e di definizione della propria maturità e del proprio ruolo nella società.

L’adolescenza è una fase di bilancio?

Sia per il figlio che per il genitore, anche quando il legame è biologico. Nel caso dell’adozione, per i ragazzi si tratta di un momento più importante perché li misura con temi più complessi del normale. C’è la definizione dell’identità e il rapporto con le origini, argomenti non facili da affrontare.

Una vera burrasca per i genitori.

Di certo, per un genitore adottivo può essere una fase più faticosa, perché in quella naturale “presa di distanza” che l’adolescente compie c’è un vissuto reale di estraneità. Quando il ragazzo sogna - e tipicamente rivendica - una “vita diversa”, questa fantasia si colora di una maggiore concretezza.

E il genitore cosa deve fare?

E’ naturale che di fronte a questo possa sentirsi più vulnerabile, ma non deve vacillare. Deve sentire il suo ruolo assolutamente forte e degno, deve lasciare spazio ma al contempo restare vigile. La risposta alle rivendicazioni è: “Va bene, vorresti essere altrove, ma adesso sei qui e sei mio figlio”.

La differenza somatica può “mettere in crisi”?

La differenza etnica è un elemento del generale confronto con la famiglia e con se stessi. Noi non abbiamo mai registrato fenomeni di emarginazione, tra i ragazzi adottati, semmai piuttosto episodi spiacevoli: battute, malintesi, qualche delusione nel corteggiamento o nella ricerca lavorativa. Per questo è assolutamente necessario che la famiglia li aiuti a costruire una buona immagine di sé e della loro etnia. Senza però esagerare: un ragazzo che arriva dal Brasile non è “brasiliano”, non mangia brasiliano, non parla brasiliano. E’ pienamente italiano, è un cittadino del nostro paese e tale si deve sentire!

Questo confronto-scontro può essere acuito dalla scuola?

La scuola, dopo la famiglia, è il contesto di socializzazione più importante per un ragazzo, perciò è ovvio che giochi un ruolo fondamentale nella sua crescita e nel suo senso di appartenenza. Devo ammettere che su questo fronte, fino a pochi anni fa, eravamo all’anno zero. Ora è aumentata la sensibilità e alcune circolari locali hanno aiutato a favorire l’integrazione e l’approccio all’adottato, che non può essere valutato solo in base al quoziente intellettivo e ai risultati, ma nel complesso, attraverso un disegno di coinvolgimento e accoglienza che ne favorisca il buon apprendimento e l’autostima.

 

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