Dalle tasche dei bambini

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Un libro che svela perchè i piccoli amano collezionare

Una foglia, un sasso, un pezzo di carta. La sera, quando spogliamo i nostri bimbi troviamo spesso un tesoro nascosto. Nascosto nelle tasche. Uno spazio segreto che ci racconta molto del bambino che abbiamo davanti. Ne è convinta Franca Zuccoli, professoressa di educazione all'immagine e ricercatrice presso l’università Bicocca. Insegnante e con varie esperienze nelle sezioni didattiche di diversi musei è l’autrice del libro “Dalle Tasche dei bambini…Gli oggetti, le storie e la didattica” (Edizioni Junior). Un libro, un manuale, uno spunto, per confermarci quanto siano preziose le tasche dei bambini e quanto sia “innato” il desiderio di raccogliere e collezionare.
Partiamo proprio dalle tasche. Nella sua esperienza di insegnante cosa ha trovato nelle tasche dei bambini?
Mi accadeva, soprattutto dopo le ricreazioni in giardino, che i bambini riportassero in classe, nascoste nelle tasche delle piccole cose: le castagne “matte”, qualche sasso, qualche elemento trovato o che comunque esplorassero con occhio attento la superficie del cortile. Qui devo specificare che la scuola in cui ho insegnato per molti anni è la Rinnovata di Milano, che ha un meraviglioso spazio esterno, ma anche in altre scuole in cui avevo lavorato precedentemente questo passaggio accadeva. Come insegnante non ho mai ispezionato le tasche, trovandole uno spazio di libertà che non volevo toccare, ma sono rimasta incuriosita e poi dalla curiosità sono passata ad una ricerca più significativa, che ha previsto un'indagine su più classi e uno studio specifico.
Perché nei bimbi c’è questo desiderio di raccogliere e mettere in tasca?
Il bisogno della raccolta è un modo, secondo me, per entrare in rapporto con il mondo, per conoscerlo meglio, in parte per possederlo e rassicurarsi. Conta molto l'aspetto materico, la superficie liscia, o scabra dell'oggetto trovato, il colore, la stranezza o l'omogeneità, cioè il fare parte di un insieme che già si conosce. Studiando questo passaggio ho ricercato in molti testi di pedagogisti, psicologi, filosofi ed ho trovato riscontri. Nella storia della pedagogia ad esempio Fröbel, le sorelle Agazzi, ma anche Montessori, Pizzigoni, Freinet, solo per citarne alcuni. Sicuramente tutti coloro che si sono e si erano interrogati sul valore degli oggetti nella vita dei bambini e nella loro crescita.
Cosa si capisce da quello che si trova nella tasca di un bambino?
Credo che si capisca molto dal rapporto che ogni bambino ha con le cose, ma la mia competenza non è psicologica. Questa attenzione è sempre stata mirata semplicemente, come insegnante, a cogliere quello che, a partire da queste cose, si poteva e si può realizzare in una classe, come cioè stimolare e costruire dei percorsi educativi. Ci sono molte pagine di pedagogisti e didatti che, a partire dalle cose portate dai bambini, sviluppano attività, lezioni, ipotesi, riflessioni che coinvolgono i compagni, e creano un insegnamento collegato alla vita degli alunni, anche se concretamente ancorato ai saperi disciplinari.
Per molti bimbi, fin da piccoli scatta la mania del collezionista, perché?
Dopo la raccolta spontanea vi è una prima fase in cui si colleziona. E’ un passaggio naturale nei bambini, che prevede un'intenzionalità. Per questo basta osservare quanto funzionano le raccolte di figurine e di oggetti di qualsiasi tipo. C'è un principio di seriazione, di ricerca dell'ordine che appartiene ai bambini. Le collezioni poi vengono scambiate, esistono le “doppie” che mettono in circolo la collezione e creano un modo di giocare e di porsi in relazione con gli altri. Se c'è una collezione all'interno di una classe è molto difficile non parteciparvi, perché è legata al gioco che poi si fa insieme.
Il collegamento tra tasche e museo? Dietro c’è la stessa psicologia? E’ per questo che ai bimbi piacciono i musei, se organizzati per loro?
Penso che la voglia di sottrarre le cose alla distruzione, di conoscerle, di possederle, di selezionarle siano caratteristiche che possono essere accostate confrontando i bambini e il loro raccogliere spontaneo o il collezionare con l'opera dei musei. I musei possono diventare un luogo vivo in cui confrontarsi concretamente con gli oggetti della conoscenza umana, ma devono voler dialogare in modo intelligente e propositivo con tutti i pubblici ed in particolare con i bambini. Da molti anni i musei si stanno misurando con questa scommessa, grazie a modalità differenti. Credo che la lezione di Bruno Munari sia ancora forte per tutti gli operatori museali, ma che al contempo tantissime realtà museali abbiano ormai trovato valide strade per strutturare percorsi sempre nuovi e di grande spessore.

Cristina Colli


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